Dukessa Dela Croix

Meretrice del diavolo
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"Penso che ora sia ben riscaldato." Mi guardò e mi sorrise. Subito la guardia lo affiancò portando un ferro incandescente. L'inquisitore, lo prese e si avvicinò a me "Non credo che tu possa uscire di qui viva, ma se ciò dovesse accadere voglio che tutti sappiano chi sei, impresso nella carne, dovrai conservare il segno della tua prostituzione satanica."
Con furia pose il ferro rovente sulla mia carne al di sotto del grembo.
"Urla troia, voglio sentirti implorarmi pietà."
Urlai con quanto fiato ancora potevo avere in gola, supplicandolo di smettere. Allontanò il ferro e guardò con soddisfazione la sua crudeltà. La lettera M (meretrice) era stata marchiata sul lato destro. Lo spietato uomo dal volto coperto si allontanò per qualche istante, per tornare con una lunga frusta e una bottiglia fra le mani. Stappò la bottiglia, la inclinò verso di me, facendo scivolare gocce del liquido sulle ferite, sentì il bruciore penetrare nella mia carne, urlai, ad un tratto il bruciore svanì, la sua lingua, come quella di un lupo che risana le ferite dei cuccioli, leccava il liquore dai miei tagli, percorse tutto il corpo, degli strani brividi mi pervasero, quando leccava la vulva, la lingua girava attorno ad essa esplorandola, risanandola, giocò con perversione sul clitoride, poi fu la volta dei seni, le sue labbra si chiudevano attorno ai capezzoli, succhiandoli e mordendoli. Mi parlò.
"Allora troia vuoi dirmi chi sei?!"
Non risposi. Prese la frusta e avvicinò la spessa impugnatura alla fica.
"Confessa troia!"
Immediatamente l'elsa penetrò dentro di me. La sbatteva furioso dentro di me. Ebbi la sensazione di essere lacerata. Potei sentire i commenti della guardia accanto al mio carnefice " verrà il momento in cui sarò io a penetrarti troia". Il carnefice estrasse la frusta dalla mia fica e colpì col cuoio il volto della guardia. Questi si ritrovò appeso al muro tenuto su dal forte braccio dell'inquisitore.
"Guardala ancora una volta e ti squarcio il corpo con le unghie!"
Lo batté per terra e si allontanò prima che la guardia scappasse terrorizzato. Guardai la scena con orrore, non riuscivo a spiegarmi perchè mai aveva avuto quella reazione. Lo vidi tornare verso di me tenendo in mano una lunga bottiglia di vetro. La posò sul tavolaccio, slacciò le catene che mi tenevano imprigionate le caviglie e i polsi, mi fece inclinare le gambe, tenendo le ginocchia verso l' alto e i piedi appoggiati sul ruvido legno. Stappò la bottiglia e si appoggiò con i gomiti sulle mie ginocchia. Portò la bottiglia alle labbra e ne bevve una modica quantità. L'abbassò. Scrutò il mio sguardo, mentre la bottiglia roteava nelle sue mani. Ancora una volta la sua voce mi fustigò
"Ne vuoi un goccio troia?"
Non abbassai lo sguardo, quasi come se volessi sfidarlo. Inarcò il lato destro delle labbra ghignando.
"Nutriti, mia dolce strega, dell' ebbrezza." Il collo della vitrea bottiglia pervase, freddo, nella recondita femminilità immolata. "E disseta le mie labbra col tuo nettare fecondo." Portò il suo viso sulla mia cavità. Senti la sua lingua, leccare, succhiare, la mia carne, come, l'ape sugge il nettare dal fiore. Sentivo asportare non solo il liquore, ma anche il liquido del mio piacere. Ero libera dalle catene di ferro, ma legata da quelle della passione. Estrasse la bottiglia e mi penetrò con la lingua, che saggiava le pareti della fica. Gemetti a quel contatto. Con frenesia ardente, mi scaraventò giù dal tavolaccio. Mi ritrovai in ginocchio, cercai di rialzarmi, ma prima ancora che potei sollevare il capo, incontrai le muscolose e agili gambe, del mio aguzzino, discinte. La sua mano come una stretta morsa, si chiuse attorno ai miei capelli, sollevandomi con violenza il viso, ponendolo davanti al membro. Scostai sul lato il mio volto, venni intimata dalla sua forza, ad eseguire l'ordine. Mi voltai ancora, ed ancora una volta, lui mi strattonò.
L'orgoglio è il peggior rivale della vita umana. In fondo cosa ci perdevo? Avrei semplicemente fatto quello che comunemente, fanno tante altre ragazze. Avrei potuto distrarlo col piacere e al momento propizio fuggire.
Pochi gesti: schiudere le labbra, sfiorare il membro con la lingua e accoglierlo nella mia bocca, che lo avrebbe accarezzato veloce, pochi semplici gesti e avrei potuto ottenere una possibilità di fuga. Valutandoli i gesti sembrano davvero tanto semplici quasi abituali, eppure le mie labbra erano serrate, ostinate a restar chiuse per non ospitare nulla, più mi sforzavo di esser razionale e far prendere il sopravvento al buon senso piuttosto che all' orgoglio e più mi ritraevo col volto. "Avanti puttanella cosa stai aspettando? Non vorrai farmi credere che ti vergogni?"    [ Vai a pagina: 4 » ]
Dukessa dela Croix