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"Solo se ammetti che sei la puttana del Diavolo."
Sapevo d'altre ragazze, che pur di salvarsi avevano ammesso il falso, ed erano state arse vive.
"Non lo sono."
"Bene come tu desideri piccolina!". Si allontanò verso un tavolo che scrutò attentamente poi prese qualcosa e tornò verso il tavolaccio dove ero legata. Tra le mani aveva un frustino da cavallerizza. Sentì lo schiocco e il bruciore sui piedi, gemei. I colpi si susseguirono sul ventre, sui capezzoli, sull'inguine. Sentivo la pelle lacerarsi sotto i sui colpi. Quando fu soddisfatto del suo operato, lasciò cadere a terra il frustino, estrasse dalla cintura alla vita, un pugnale dalla lama ondeggiante. Lo maneggiò fra le mani come per mostrarmelo, con un ghigno lussurioso lo passò sulla sua lingua.
La fredda lama lacerò più in profondità i tagli della frusta. Le mie urla di dolore sembravano istigarlo, mentre le sue labbra si inarcavano in sadica goduria.
Sentivo il fuoco avvampare sul mio corpo, per via del bruciore, lesse il calore nei miei occhi."Povera la mia troietta, sei accaldata, ora ti rinfresco sta tranquilla."
Acqua gelida inondò il mio corpo raffreddandomi. "Sai strega, la differenza tra la magia e la scienza, è che voi streghe non comprenderete mai la forza dei lumi, suppongo che tu ignori completamente cosa possa essere l'elettricità."
Lo guardai confusa
"Povera cara ora ti svelo l'arcano" Mi sorrise, poi guardò una guardia che tempestiva si avvicinò a lui tenendo in mano una scatola. Disse qualcosa alla guardia, perchè questa annuì, poi si avvicinò a me. Dalla scatola estrasse delle pinze di metallo che strinse attorno ai miei capezzoli, poi si avvicinò alla verginità e mi sorrise crudele, mostrandomi la mostruosa dentatura, prese dalla scatola un tubo metallico e lo avvicino all' inguine, intanto l'inquisitore girò attorno al tavolaccio, avvicinandosi al mio volto cominciò a parlare "So che sei ancora immolata, per dimostrarti la mia bontà non ti farò deflorare con quel tubo."
Quasi il suo sorriso mi apparve gentile, provai quasi sollievo nel sentire la sua decisione, ma il terrore in quel istante era il mio sovrano. Il tubo privo di dolcezza scivolò nella mia vulva procurandomi dolore e forte imbarazzo, trattenni le lacrime, fino quasi a soffocare. A quegli strumenti di tortura vennero applicati dei fili collegati alla scatola. L'inquisitore allontanò la guardia e posò la scatola sul tavolaccio. Mi guardò ancora una volta e ghignò crudele, afferrò le pinze fra le dita e le strinse, ancora le tirò e le fece roteare. Cominciai ad urlare.
"Allora confessi di essere una strega?"
"Vi supplico vi ho detto la verità non sono una strega."
Strinse ancora le pinze, poi le lasciò e si avvicinò alla scatola; azionò quello strano apparecchio. Il mio corpo cominciò a vibrare mosso da quegli attrezzi. Il tubo si muoveva dentro di me in modo convulso e spietato, il dolore fu poco, l'umiliazione fu senza precedenti, più si muoveva dentro di me e più io provavo un piacere nuovo, mi infiammai di vergogna mentre il mio carnefice mi derideva e mi insultava spoglio di riguardi. Cedetti. Le lacrime cominciarono ad affluire dalle iridi, in quell'istante desideravo che le candele si estinguessero, affinché l'oscurità calasse sulla sala, per nascondermi dallo sguardo voglioso dell'inquisitore. Saggiai il sapore delle lacrime che si posavano sulle mie labbra. Incrociai lo sguardo del carnefice. Le sue labbra divennero serie. Non so dire se fu un inganno della vista, offuscata dalle lacrime, o la verità, ma vi lessi quasi dispiacere. Si avvicinò alla scatola e la disattivò. Si avvicinò al mio petto e tirò via le pinze, poi con estrema delicatezza, che quasi mi confuse, mi estrasse il tubo dalla vulva.
Si avvicinò alle mie labbra e me le sfiorò con le sue. Ero sempre più confusa e ancor di più mi detestavo, quell' uomo mi accusava di qualcosa che non avevo fatto, non aveva il ben che minimo rispetto, gioiva nel sentirmi soffrire e quasi certamente mi avrebbe fatta bruciare, eppure la sua vicinanza non mi dispiaceva, se fossi stata libera dalle catene, non avrei resistito all' impulso di avvicinarmi ancora di più a lui, non riuscivo a trovare una spiegazione logica,ma lì poco aveva il sapore della logicità.
Prese una candela e il mio carnefice, si riavvicinò a me. Lentamente fece colare la cera sulle dita dei piedi. Tentai di ritirarli il più che potei, ma il bruciore fu rapido nel trovare la mia pelle.
Il suo riso sadico mi sdegnava, avrei voluto negargli ogni soddisfazione, ma il dolore fisico era troppo forte, per reprimere i miei gemiti. Parlò alla guardia con complicità. [ Vai a pagina: 3 » ]
Dukessa dela Croix
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