Dukessa Dela Croix


SETE

  Con le gambe penzolanti, osservava quel baratro senza fondo. La nebbia solleticava i muri, scivolando tra le strade nude e ormai semi deserte, tra un lampione ed uno spacciatore, tra le chiacchiere di due prostitute e urla lontane, celandola a sguardi indiscreti. Lei, così lontana da tutto, si sentiva libera: era da sempre che invidiava gli albatri, quando gli vedeva sorvolare le acque del mare e sparire lentamente all’orizzonte. Ed era così ogni notte, sola, a contemplar l’eternità che aveva d’innanzi.
  Si passò una mano sul viso, come a cercar un ricordo lontano. Un brivido e la tirò via, di scatto, sfiorando il ricordo di una vita lontana in bilico tra il rimorso e la soddisfazione, passata danzando tra il paradiso e l’inferno. Era sempre stata una diversa, sin da bambina. I compagni di scuola la prendevano spesso in giro, e lei non aveva mai reagito. Come dargli torto, considerando quel che era? Spesso aveva ancora visioni dell’incidente. Rivedeva se stessa, seduta sul sedile posteriore, col faccino sognante all’insù, a giocar con la fantasia, facendo assumer alle nuvole la forma di paesaggi fiabeschi e mondi incantati. Poi arrivava uno stridulo infernale e tutto finiva.
  Assorta nei propri pensieri non si rese conto che un ombra le era scivolata alle spalle. Quando sentì il suo fiato sul collo, Elana si voltò di scatto, terrorizzata dalla propria sprovvedutezza e dalla persona che le si ritrovava di fronte. Indietreggiò un poco, col rischio di precipitare da più di quattrocento metri d’altezza. I capelli le si sciolsero dalla coda che gli teneva legati dietro la nuca, il petto ansimava ma qualcosa la calmo subito, qualcosa presente negl’occhi di quello straniero. Lui le si sedette accanto, senza dir parola, con la tranquillità di chi facesse la cosa più normale di questo mondo, incrociando le gambe sul cornicione e guardando nel nulla. Lei invece non poté distogliere subito gli occhi da quello sguardo indefinito. Continuò ad osservarlo, come se in quell’iride nera potesse trovare la risposta al perché si trovasse lì e chi fosse. Fu solo in un secondo momento che si sorprese di non essere più sola. Non capitava spesso che qualcuno potesse sorprenderla così, che uno sconosciuto le si potesse avvicinar alle spalle e scrutar il suo volto, il suo volto e quel che conteneva. La memoria tornò indietro ancora. C’era ancora lei, piccola e sola, impaurita da sguardi pieni di commiserazione o derisione. A scuola era accaduto spesso che in coro i compagni si fossero divertiti a prenderla in giro, affibbiandole nomignoli crudeli. Poi al liceo nessun ragazzo le si era mai avvicinato, e quando era stata lei a tentar un approccio era sempre stata liquidata in fretta. Come poter competere con una cip - leader o anche solo con una ragazza normale? E tornando a casa, passeggiando da sola sul lungo mare, si era fermata spesso ad osservare gli albatri accarezzare l’acqua e poi sollevarsi liberi nel cielo. Lei invece era ancorata a terra, goffa e brutta.
  Una dolce melodia la riportò al presente. Era una canzone triste, di poche note, sussurrata nella notte delicatamente. Lo sconosciuto era ancora lì, il mento poggiato ad una mano, le labbra socchiuse. Il suo malinconico canto sembrava provenir da un altro mondo, da un'altra realtà. Lei rimase pietrificata per qualche secondo, poi riprese animo e gli urlò: ”Ma chi diavolo sei tu…”. Il ragazzo sembrò non badarle, solleticando ancor di più la curiosità di Elana e la sua rabbia, per l’indifferenza che quello straniero le dimostrava. Non era come lei, lo sentiva. Il silenzio fece da cornice alla sua risposta: ”Golas…”. Poi il vento.

  Erano passati chissà quanti minuti e loro erano ancora lì. Anche lei era tornata seduta, le gambe ancora penzoloni, a chiedersi quante sorprese ancora le potesse riservarle quella notte. A dire il vero non le era mai capitato di sentirsi così bene in compagnia di qualcun altro. Ancora una volta portò una mano al viso, ancora una volta un brivido la colse. Era sempre stato quello il segno della sua diversità. La macchina d’avanti alla sua aveva sbandato. Era bastato veramente poco, la frenata non era arrivata in tempo, poi una coda infinita di macchie una contro l’altra, il parabrezza in frantumi e la luce tornò dopo giorni di buio. Una povera bambina di nove anni senza famiglia, la vicenda su tutti i giornali, le coccole degli infermieri e dei dottori. Ricordava ancora la prima volta d’avanti allo specchio, dopo l’incidente. Nessuno era stato in grado di spiegarle il perché, perché mamma e papà non c’erano più, perché non c’era più nemmeno il suo viso, quello che la mamma le accarezzava ogni notte prima di andare a letto. Perché, perché, perché…
  “Perché…”, ripeté Golas, come fosse in grado di leggere i suoi pensieri. Poi sorrise, le labbra rosse si schiusero completamente, mettendo in risalto i bianchi denti affilati, regolari e luccicanti stelle nella notte. Portò le mani ai capelli e li tirò all’indietro. Elana non poté fare a meno di notare i muscoli del collo e delle braccia tesi, poi il busto racchiuso nell’aderente maglietta nera, la pelle chiara dipinta di luna. Arrossì un poco, distolse subito lo sguardo e ricominciò a guardar la nebbia. La sua schiena era appoggiata al muro, il seno prorompente stretto nella maglia scura, i capelli bianchi sciolti sulle spalle. Le mani lunghe accarezzavano le cosce sode, le unghie dipinte di nero raschiavano i pantaloni logori. Si rese conto che non le era mai capitato nemmeno di trovarsi tanto vicino ad un uomo che non fosse il suo patrigno… il suo odiato patrigno.
  Era stata adottata pochi mesi dopo esser uscita dall’ospedale. Una signora bionda e ormai anziana aveva avuto compassione di lei e l’aveva portata via dall’orfanotrofio. Elana non seppe subito se esserne felice o rattristata: in fondo quella sarebbe stata la sua nuova mamma, pensava. Con gl’anni però si era abituata a quella nuova vita e forse la sua nuova casa era divenuta l’unico posto in cui sentirsi al sicuro. Soprattutto il suo patrigno, tra i due nuovi genitori, sembrava quello che le volesse più bene. Lei crebbe in fretta, e sarebbe diventata una bellissima ragazza se non fosse stato per il viso deturpato. Il suo corpo da modella faceva gola a chiunque, ma nessuno riusciva a sostenere il suo sguardo. Anche il suo patrigno provava quel che provavano gli altri, guardandola, ma i suoi occhi erano ormai abituati all’orrore che lei portava con se. La notte del suo diciassettesimo compleanno manifestò apertamente quell’amore che nutriva per la figliastra, un amore che andava ben oltre l’amore paterno. La mattina dopo Elana si era svegliata con i capelli completamente argentei. Nessuno aveva detto niente, ne lei, ne lui, ne la matrigna. I dottori non avevano trovato altra spiegazione che non fosse un forte shock subito. Lei invece pianse molto, e continuò a piangere per tutte le restanti notti successive. Odiava quei suoi capelli, segno del suo peccato.
  Una mano le sfiorò la testa. Il calore di un corpo diverso dal suo la immobilizzò, ma Golas non sembrò curarsene. “E’ triste la solitudine”, bisbigliò al suo orecchio. Sì, è triste.   Non sapeva chi fosse, ne da dove venisse, ma era bello. Aveva forse trovato un compagno per la propria vita eterna? Non era come lei ma non era nemmeno un umano, questo lo sapeva. Quella carne da macello non sarebbe mai riuscita a provocar in lei le sensazioni che in quel momento riusciva a provare.
  A diciott’anni era finalmente andata via di casa. Sentirsi in gabbia, goffa e orrenda, ecco cosa provava lì. Ma il mondo le si era rivelato ancor più stretto di quanto le era parsa la sua vecchia vita. All’inizio era riuscita a cavarsela. Poi i soldi che aveva portato con se avevano cominciato a finire e nessuno dava lavoro ad una come lei, un specie di fenomeno da baraccone. Così si era adeguata a dormir tra i vicoli, celando il proprio orrore alla vista altrui. Forse la sua vita sarebbe dovuta finire quel giorno di tanti anni prima, assieme ai suoi veri genitori. Non sognava nemmeno più. Eppur, una notte, l’incubo in cui viveva si concretizzò sottoforma di due uomini. Era distesa quel giorno, in un angolo. Silenziosamente la sua coscienza l’aveva abbandonata e aspettando che il giorno finisse Elana si nascondeva dietro un leggero dormiveglia. Ormai era sua abitudine vivere solo di notte, quando gli sguardi dei passanti divenivano incuranti, quando i diversi come lei potevano prender possesso del mondo. Ad un tratto due uomini le si avvicinarono. L’avevano vista la notte prima e l’avevano seguita, e avendo visto dove viveva avevano aspettato il giorno successivo per poterla andar a trovare. Lei non si accorse di niente: il primo le aveva tappato la bocca con un fazzoletto e l’aveva costretta ad aprir braccia e gambe, mentre il secondo, minacciandola con un coltello, le aveva sfilato i pantaloni e la vecchia felpa che indossava. Poi si era sbottonato la fibbia della cinta. Elana non aveva avuto reazioni, era stato come se nulla, in quel momento, l’avesse potuta toccare. In fondo, la sua anima era quasi sul baratro dell’inferno. La libertà era rimasta solo un sogno lontano, perso tra le nebbie della realtà. La cosa non durò molto, dopo poco meno di un’ora i due se n’erano già andati, lasciandola nuda tra i vicoli, con un braccio e tre costole rotte. Ricordava ancora di essere rimasta due giorni lì, così. Nei pochi momenti di coscienza le era capitato di vedere strane cose, strane ombre che la osservavano. Una di queste le era sembrato di vederla anche durante lo stupro, lì, in un angolo oscuro del vicolo. Quell’ombra sembrò prendere forma ad un tratto. “E’ la libertà che ti offro”, le aveva detto, prima di baciarla come nessuno aveva fatto, prosciugandola di tutto e riempiendola con qualcosa di nuovo.
  Ed era divenuta quel che in quel momento, sul cornicione di un grattacielo, era. Diversa, sì, ma più forte. Si era accorta quasi subito di quel che era diventata. All’inizio ne aveva gioito, poi aveva deciso di cercare tutti quelli che le avevano fatto del male. Il primo era stato l’uomo che, ubriaco, aveva causato l’incidente quella mattina di quattordic’anni prima. Lo aveva trovato a casa sua, privo di conoscenza sul divano. Lo aveva presto ed inchiodato ad un muro per le braccia e le gambe. Non aveva avuto che poco più di tre anni di detenzione per quel che aveva fatto, ma il dolore che gli fece provare lei fu mille volte più grande di qualunque cosa avesse potuto provare prima. Poi aveva dato la caccia a quanti l’avevano schernita, a quanti avevano trasformato i giorni della sua giovinezza in un inferno. Haimè, il suo patrigno era morto un anno dopo la sua partenza. Ma non poterono sfuggirle i due ragazzi, entrambi di buona famiglia, che quella notte l’avevano portata tanto vicino alla pazzia e alla morte e fu solo quando il sangue di tutte quelle vittime si fu asciugato sulle sue mani che si accorse di essere libera ma ancora troppo sola. Allora cercò quelli come lei, viaggiò per tutta Italia e l’Europa. Alla fine aveva trovato più di quanto avesse potuto immaginare. Ma la gioia di quell’attimo terminò fatalmente quando capì che quelli come lei non la volevano. Era ancora una diversa tra i diversi, una scacciata, una Vile.
  Finalmente invece qualcuno dopo tanto tempo le si avvicinava. Lo guardò meglio, ma si accorse di non riuscire a capirlo: il suo volto era una fredda maschera di ghiaccio. Si alzò in piedi. Tra poche ore ci sarebbe stato l’alba, era meglio andar via di lì. Fece pochi passi, senza guardarsi indietro. Chissà, forse si sarebbero rincontrati. Ad un tratto però sentì una mano posarsi sulla sua spalla. Non si girò, rimase ferma. Lui le fu d’avanti con velocità impressionante. La guardò negl’occhi. “Ho sete di te”, le sussurrò: era possibile che solo da non morta avrebbe potuto trovar l’amore? E mentre mille immagini le si affollavano in mente, lui le si avvicinò, cominciò ad accarezzarla, a baciarla. Elana decise di lasciarsi andare, di perdersi in quel nuovo abbraccio. Fu troppo tardi quando capì che Golas la stava sbranando.


Dukessa Dela Croix