Rose intrise di sangue ovvero Mano Nera, le ragioni di una lotta
Corro per la strada con il sangue che cola ancora dai miei artigli della bestia sguainati, libero e selvaggio come lo sono sempre stati i miei antenati fin dal tempo della prima città, vertice di una catena alimentare che ci ha posti al di sopra degli stessi vampiri. Noi siamo Gangrel, i predatori, ed io appartengo all’ultima evoluzione di questo sangue, a coloro che non hanno avuto paura di abbandonare i boschi quando i tempi hanno trasformato le città nel nuovo terreno di caccia. City Gangrel ci chiamano, predatori urbani dico io.
Quasi non tocco l’asfalto coi miei piedi quando corro, i membri del mio pack sono già fuggiti per altre direzioni prima che la polizia o qualche vampiro della Camarilla possa accorrere sul luogo del nostro assalto. Siamo corsi via gioendo per la nostra vittoria prima ancora che il corpo di quell’anziano Nosferatu di nome Bruno fosse diventato cenere.
Certo se qualcuno mi vedesse correre a questa velocità e con gli artigli sfoderati la Masquerade a cui quei bastardi camarillici tengono tanto avrebbe un duro colpo, e la cosa mi stuzzica ma non posso permettere che i cacciatori invadano in segreto la città dando la caccia anche a me ed agli altri pack.
Inizio la mutazione cellulare del mio corpo (mi hanno detto che si dice così) e nella mia mente formo l’abituale idea del pipistrello, mentre il mio corpo assume quella forma. La sensazione ormai la conosco bene, il mio corpo di rimpicciolisce ma quasi non me ne accorgo, ad un certo punto mi alzo in volo. Beccatemi adesso bastardi lecca-il-culo-agli-anziani.
Adesso stò volando verso il rifugio del mio pack, ed un senso di invincibilità scende su di me. Un’anziano è morto, c’è un manipolatore di meno nella Jyhad, ho compiuto il mio dovere di sabbatico, così come meno di un mese fa ho ucciso con sommo piacere quel maledetto Toreador infernalista facendo il mio dovere di cavaliere inquisitore, il ruolo che mi fu affidato tanti secoli fa da Gratiano de Veronesi.
Gratiano ....
il suo sogno ....
So già che mettere per iscritto queste cose sarà una cazzata, ma visto che molti neonati del Sabbat stanno mostrando sempre meno rispetto per i valori che secoli fa ci hanno fatto iniziare la nostra lotta forse è ora che qualcuno gli rinfreschi la memoria e, sapete com’è, io c’ero.
Correva il 14esimo secolo, non chiedetemi l’anno perché non lo so, non so nemmeno quando sono nato. Ero un contadino polacco che abitava coi suoi in un podere che ovviamente non era nostro. Mio padre pagava le tasse al padrone ... per il passaggio sul ponte, per camminare sulla strada feudale, per respirare ... e quando dovette partire per la guerra io e mia madre piangemmo per paura che lui non tornasse più.
Una banale malattia mi tolse i miei molto presto, non dovevo avere più di vent’anni ; curioso, non ricordo molto di quegli anni, non tanto come dovrei, ma ricordo bene la loro morte. Ero arrabbiato, ero furioso, il mio mondo era caduto, ma c’erano sempre le tasse a pagare al padrone, ed io rimasi sconvolto da come quel viscido figlio di puttana non fosse minimamente toccato da quella tragedia.
Lavorai da solo finchè potei, poi mi resi conto che per pagare i debiti che stavo contraendo con quella merda di feudatario sarei finito morto o peggio, schiavo più di quanto già non lo fossi. Così una notte seguì il richiamo per il vicino bosco, presi le poche cose che possedevo e scappai. Ricordo ancora il richiamo della vita selvaggia della foresta, è da molto che non lo sento più ma allora era ciò che provavo; nel bosco libero e ferale nessuno poteva nuocermi, perché gli animali sono migliori dell’uomo, non fosse altro che loro non li vedi scannarsi a vicenda per una sporca manciata di dischetti di metallo.
Là incontrai il mio sire; non fu un’abbraccio facile il mio perché fu dettato dalla voglia sua di alleviarsi la solitudine, oppure dalla necessità di avere un’altra persona che controllasse il suo vasto bosco. Mi prese mentre passeggiavo in pace con la natura nel bosco, mi placcò brutalmente, affondo i suoi canini sul mio collo e poi mi fece divenire cainita. No, Lucius non si preoccupò mai di darmi troppe spiegazioni : “Adesso sei un vampiro, niente altro devi sapere ; io sono il tuo sire, su di te ho diritto di vita e di morte”.
In realtà fu lui a far cadere in me gli ultimi barlumi di Umanità ed a iniziarmi al sentiero d’illuminazione della Bestia, fu lui ad insegnarmi che il vampiro null’altro è se non il vertici della catena dei predatori e che la bestia che sonnecchia all’interno di ognuno di noi e che si manifesta con la sete di sangue e violenza gratuita nota come frenesia vampirica è anche meno disposta a ribellarsi se le si dà un lungo guinzaglio che l’assecondi. Fu anche lui a mostrarmi i pericoli dell’avere a che fare con la nemesi della nostra condizione di vita vampirica, a cui noi Gangrel siamo straordinariamente vicini : i licantropi, o lupini. Mi spiegò, ed i fatti mi hanno sempre dato conferma, dell’amore di questi esseri per la vita selvaggia, per la natura incontaminata; noi Gangrel e loro avremmo anche potuto essere alleati se non fosse stato per l’odio che i lupini nutrono per noi da sempre, dall’epoca di Caino in persona essi non vogliono altro che la nostra distruzione e che fra tutti i vampiri la gente del nostro clan era la più dotata nel combattere contro di loro, forse a causa di millenni di sfide per i territori : i nostri artigli provocano ferite difficilmente assorbibili e curabili anche per i lupini ed uno dei poteri innati di noi Gangrel invece è proprio la maggiore resistenza alle ferite di queste creature, senza contare i nostri poteri sulle masse animali e la nostra capacità di mutare forma in pipistrello o lupo stesso.
Nel complesso non era un sire peggiore dei suoi pari, era un’anziano e come tale mi considerava un’oggetto di sua proprietà da usare senza ritengo; alla fine era solo il frutto di un determinato modo di pensare, anche se questa non è certo una scusa.
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Ian Valek
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