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"Se la teoria dell'ing. Barbiero troverà conferma sarà svelato il più affascinante mistero dell'umanità" - New York Times, TERZA EDIZIONE Riveduta e aggiornata, Codice libro 21 007 RS - Pagine 260 Con numerose illustrazioni fuori testo
Vampiri.net ringrazia la casa Editrice Nord che ci ha gratuitamente fornito questa anticipazione
PREFAZIONE - L'ATLANTIDE E UNA NUOVA TEORIA
Il mito di Atlantide ha avuto la sua consacrazione
da Platone che in due dei suoi famosi Dialoghi, il Timeo e il
Crizia, ha dato informazioni topografiche, geografiche, antropologiche,
politiche, amministrative, economiche, scientifiche e religiose
di una sorprendente precisione e di una ricchezza tale di particolari,
da far supporre che il grande filosofo greco avesse avuto la fortuna
di esaminare documenti d'archivio o di ascoltare tradizioni orali
tramandate da generazioni e generazioni, nel lento trascorrere
dei millenni. Dopo Platone, con periodi più o meno lunghi di silenzio,
la scienza umana ha cercato di indagare il mistero del continente
scomparso alla luce delle "prove" che via via erano scoperte e
che venivano interpretate non tanto sul rigido metro dei postulati
scientifici, quanto sulle passioni e sugli orgogli nazionali.
Si parlò quindi di un continente, sommerso a più riprese, un tempo
esistente nell'Atlantico settentrionale e di cui la Groenlandia,
le Azzorre e forse le Canarie sarebbero gli ultimi avanzi; di
un'isola posta nelle acque della Spagna meridionale e dell'emporio
commerciale di Tartesso; della Tunisia; dell'isola di Santorino,
ecc. La letteratura sull'argomento è vastissima e alla fine di
questo volume il lettore ne trova un nutrito elenco. Ricordiamo
i lavori di A. Schulten (Tartessos: ein Beitrag zur dltesten Geschichte
des Westens, Amburgo, 1908), di L. Germain (Le problème de l'Atlantide
et la zoologie, "Annales de Géographie", 1913, pp. 209-226), di
G. Perrone (L'Atlantide, Torino, 1918), di P. Termier (L'Atlantide,
Parigi, 1919), di R. Dévigne (Un continent disparu: l'Atlantide,
Parigi, 1924), di P. Henning (Das Ratsel der Atlantis, "Meereskunde",
1926), di L. Giannitrapani (L'Atlantide, "L'Universo", Firenze,
1927, pp. 1279-1320), di W. Brandenstein (Atlantis, Vienna, 1951),
ma essi sono un nulla a confronto della produzione letteraria
e scientifica che si sviluppò intorno all'argomento. L'apporto
numericamente più consistente lo dette, però, la fantascienza
che intorno all'Atlantide ha avuto modo di sbizzarrirsi sotto
le angolazioni più varie, e, diciamolo pure, più disparate. Qui
non ci interessano le fantasie dei romanzieri o le interpretazioni
poetiche: il problema di Atlantide - la sua esistenza e la sua
ubicazione - potrà risolverlo soltanto la Scienza servendosi delle
moderne conquiste tecnologiche, calcolatori in testa, animati
dal buon senso umano e dalle intuizioni degli studiosi e dei ricercatori.
Quando Heinrich Schliemann, l'archeologo tedesco che pur fra tanti
errori scoprì la Troia omerica, si accinse alla sua immortale
scoperta, fu oggetto di scherno da parte degli studiosi ufficiali
non tanto perché non era un cattedratico, quanto per la fede cieca
che aveva nelle cose scritte da Omero. Era convinto che il poeta
non avesse falsato con la fantasia la verità dei riferimenti topografici
che delimitavano l'antica città di Priamo e se Omero aveva scritto
che 34 sorgenti di acqua calda circondavano le mura della città,
bisognava ricercare quelle 34 fonti e Troia sarebbe ritornata
alla luce del Sole. Ai cattedratici che, sorridendo, gli facevano
notare che si trattava di un numero generico e che essi ne avevano
trovato alcune e che nessuna città era venuta alla luce nei loro
pressi, Schliemann rispondeva, con cocciutaggine e assoluta convinzione,
che se Omero aveva scritto quel numero, di quello si trattava
e non di "alcune" sorgenti. La sua fede vinse e il suo amore e
il suo rispetto per Omero trionfarono. L'archeologo "dilettante"
aveva accettato in blocco, come verità indiscutibili, le indicazioni
di Omero e così del mito di Troia e della guerra che dalla città
prese nome, fece delle realtà terrene. Gli Storici, poi, spiegarono
le cause del lungo conflitto che riportarono entro i binari dei
fatti umani. Per Atlantide si è sulla stessa strada. Fino ad oggi,
per avvalorare le ipotesi più incredibili, si è distorto ciò che
ha scritto Platone. Da Aristotele in poi si è tacciato di falso
il filosofo per non dichiarare la propria impotenza a localizzare
il grande impero scomparso. Nei migliori dei casi si è accettato
per vero ciò che faceva comodo al presentatore di una nuova ipotesi
e si è rigettato come falso ciò che contrastava con l'ipotesi
stessa: gli scritti di Platone sono diventati buoni per tutte
le misure, come l'elastico! Il problema che si pone allo studioso
serio prima di indagare il mistero di Atlantide è uno solo: accettare
tutto Platone o rigettarlo tutto come fantasioso. Una delle più
grandi menti speculative della storia dell'umanità come fu quella
di Platone non concedeva troppo spazio - questo è certo - alle
fantasie poetiche: dichiarò più volte di non avere eccessive simpatie
per i poeti e non si può credere che cambiasse idea soltanto a
proposito di Atlantide. La coerenza del filosofo è fuori discussione
perché la serietà e la profondità della sua dottrina hanno superato
il collaudo dei secoli e nulla ha potuto scalfirle. Anche il Poisson,
uno dei più preparati "demolitori" dell'idea di Atlantide, ha
scritto: "L'omogeneità del racconto del Crizia non consente di
distinguervi elementi di pura immaginazione, mescolati ad elementi
realmente tradizionali. Esso costituisce un tutt'uno che bisogna
accettare o rigettare in blocco". Poisson lo rigetta in blocco,
ma non è detto che sia dalla parte della ragione. La sua scelta
è degna di rispetto, ma opinabile. Fino ad oggi sono stati usati
gli scritti di Platone in un esasperante gioco di tira e molla,
di affermazioni di verità e di falsità, di omaggio e di denigrazione
al genio del pensatore e i risultati sono stati completamente
nulli: non si è raggiunta nessuna prova che in epoca pre-neolitica
(12.000 anni a.C.) sia esistita una civiltà superiore dalla quale
siano derivate quelle di tutti i continenti; non si sono scoperti
i resti della grande città di cui scrive Platone e, soprattutto,
non si è giunti a dare una spiegazione logica e accettabile del
fenomeno delle glaciazioni, del diluvio universale, della improvvisa
scomparsa di numerosi rappresentanti della fauna e dello squilibrio
verificatosi all'improvviso negli ecosistemi esistenti allora
sulla Terra. Si è voluto circoscrivere l'area interessata dal
diluvio alle regioni mesopotamiche, dimenticando che i libri religiosi
di molti popoli, dell'antico e del nuovo continente, parlano di
un "diluvio universale" e che il ricordo di quella immane tragedia
è tramandato, vivissimo, nelle mitologie dei popoli più disparati,
dai Maya agli Eschimesi, dagli Ebrei agli Indonesiani. Come potevano,
per esempio gli Eschimesi, venire a conoscenza di un fatto accaduto
in una piccola regione a loro assolutamente sconosciuta e interessarsene
talmente da tramandarlo in molti loro racconti? E i popoli dell'America
meridionale? Sono interrogativi a cui bisognerà pur rispondere
un giorno! Non è sufficiente sbrigare il problema dell'Atlantide
in poche righe, o accusando Platone di estrema fantasia, o usando
alcune coincidenze geologiche esistenti fra terre bagnate dalle
opposte sponde dell'Atlantico, o dimostrando insofferenza e fastidio
per l'argomento. In una grande opera scientifica (Enciclopedia
della Scienza e della Tecnica, vol. II, Milano, Mondadori, 1966,
4a edizione), alla voce Atlantide si legge: "Le dottrine geologiche
confermano, in un certo senso, l'esistenza di un complesso di
terre emerse occupanti un tempo l'area dell'attuale Oceano Atlantico
(continente nord atlantico il blocco boreale e continente di Gondwana
quello australe, così chiamato da Gondwana, provincia dell'India).
Risulta infatti che il grande continente boreale atlantico si
mantenne più o meno unitario durante tutta l'era paleozoica e,
in parte, fino al Cretaceo. Nel Terziario si completò rapidamente
la suddivisione dell'Europa e del Nord America, sussistendo tuttavia
per lungo tempo comunicazioni o isole intermedie. Scarsi e non
decisivi sono invece gli argomenti in favore di una persistenza
di tali terre emerse in tempi geologici più recenti, posteriori
alla comparsa dell'uomo, come vorrebbe la leggenda". Tutto qui.
Francamente è un po' poco, tanto più che questo poco contiene
affermazioni contrastanti e quanto mai discutibili. È la prova,
forse più autorevole in tempi a noi vicinissimi, che l'Atlantide
continua ad essere relegata nel regno delle leggende, solo perché
non si riesce a spiegarne l'esistenza. L'Autore di questo volume,
giovane ingegnere dalla vasta preparazione scientifica e Ufficiale
Superiore nel Corpo delle Armi Navali, ha scelto un'altra strada,
nettamente differenziata da quella battuta fino ad oggi da tutti
gli studiosi, antichi e nuovi, che l'hanno preceduto. Potremmo
dire che è la strada della sperimentazione, ma preferiamo chiamarla
del controllo scientifico a tutti i costi, del confronto che nulla
lascia al caso, del dubbio creato a priori per risolverlo alla
luce della scienza moderna. Innanzi a tutto Barbiero ha accettato
in blocco il racconto di Platone nel quale crede con una certezza
assoluta e commovente. E credendovi, si è prefisso il compito
immane di dimostrarlo vero in tutte le sue parti, con una dialettica
scientifica stringente e lineare che convince anche il lettore
più scettico o il profano. Il valore del metodo seguito consiste
maggiormente nel fatto che nulla è stato distorto nel racconto
platoniano per piegarlo alla tesi dell'Autore: tutto doveva essere
dimostrato con prove scientifiche, o nulla doveva essere accettato.
Per prima cosa Platone ha affermato che Atlantide sparì in una
notte sotto l'azione di terremoti terribili e di ondate alte come
montagne. Quale fenomeno poteva far sì che la Terra si trovasse
in tali condizioni nello spazio di pochissimi giorni se non addirittura
di pochissime ore? Perché la tragedia dovette avvenire in un tempo
da misurarsi ad ore, anche se fu preannunciata con un anticipo
di alcuni giorni: il cibo trovato nello stomaco di alcuni mammut
ne è la prova indiscutibile. Le glaciazioni verificatesi sulla
Terra sono state spiegate in tanti modi e tutti differenti, appunto
perché nessuno è convincente: bisognava spiegare il perché della
morte improvvisa di intere specie animali e vegetali e il perché
della formazione improvvisa dei ghiacci su gran parte della superficie
terrestre. Il verificarsi di questi due fatti si può spiegare
in un solo modo e cioè con l'improvviso spostamento dell'asse
terrestre. Solo così i cambiamenti climatici sono repentini e
terribili. Ma per spostare l'asse terrestre e far "vagabondare"
i poli geografici (nessuno più mette in dubbio che essi si siano
spostati notevolmente, fino ad occupare posizioni ben lontane
dalle attuali) occorreva una forza spaventosa, in grado di far
sì che la Terra agisse come un giroscopio. Ebbene, è possibile
dimostrare che circa 12.000 anni fa (quanti, cioè, sono stati
indicati da Platone) la Terra fu investita da un asteroide o da
una cometa, la sola potenza in grado di spostare l'asse terrestre
e di determinare, quindi, i rivolgimenti climatici improvvisi
che si verificarono sul nostro pianeta. Si badi bene che l'ipotesi,
di questo scontro Terra-asteroide è dimostrabile e che coincide
non solo col racconto platoniano, ma con le mitologie più conosciute
di molti popoli. È evidente, allora, che in quell'epoca il clima
terrestre era profondamente diverso e che su molte regioni dove
oggi impera il ghiaccio o almeno una temperatura bassissima (per
esempio l'Antartide e la Siberia), c'era un clima eternamente
primaverile e dei biosistemi ben diversi dagli attuali. Ne esistono
le prove e perciò non si tratta di affermazioni campate in aria.
La civiltà degli Atlantidi, come ce l'ha descritta Platone, era
decisamente una civiltà superiore, ma l'archeologia, per quanti
scavi siano stati compiuti, non è riuscita a darci la prova dell'esistenza
di una tale civiltà che doveva aver raggiunto tecnologie avanzatissime,
ordinamenti politici di vasta portata, potenza militare e commerciale
da lasciare allibiti. L'archeologia è risalita alla preistoria
di pochi millenni fa e non c'è speranza che possa andare più a
ritroso nel tempo per la semplice ragione che non c'è nulla di
più antico da scoprire nelle terre emerse dei due emisferi. Questo
significa che il racconto di Platone non è veritiero? Non si vuole
giungere a tanto. Bisogna invece ricercare una nuova localizzazione
di Atlantide e ricercarla secondo le indicazioni topografiche
- numerose e accurate - lasciate da Platone. Barbiero avanza l'ipotesi
che l'antico impero Atlantide avesse la sua sede nell'Antartide
e più precisamente nella regione bagnata dal mare di Weddell.
La proposta è di quelle che lasciano senza fiato e richiedono
un certo tempo per essere assimilate perché è l'unica alla quale
nessuno ha mai pensato e la più remota dalle idee di tutti gli
studiosi. Passato, però, il primo momento di smarrimento e di
incredulità e letti i capitoli, densi di prove e incalzanti, che
l'A. dedica a questo specifico argomento, si ha voglia di complimentarsi
con lui ad alta voce per far partecipi tutti del nostro entusiasmo.
Sì, perché è difficile - anche se siamo abituati alla sublime
freddezza della Scienza - rimanere indifferenti davanti alle argomentazioni
che l'A. porta a sostegno di questa sua tesi affascinante. Per
giungere a questa sorprendente conclusione, Barbiero ha vagliato
i dati e le misure fornite da Platone e le ha sottoposte a una
critica serrata e a un controllo attentissimo. Nulla è sfuggito
al suo esame e tutto l'insieme del volume risulta una sintesi
mirabile dei risultati a cui sono giunti i ricercatori delle più
disparate discipline: dall'astronomia all'oceanografia, dalla
cartografia all'antropologia, dalla geologia alla glaciologia,
dalla storia all'archeologia, dalla botanica alla zoologia, ecc.
È sorprendente che un uomo solo abbia potuto indagare tanti campi
dello scibile umano e questo fatto dimostra con quanta serietà
egli si sia preparato al lavoro che lo ha portato alla conclusione
di cui sopra. Platone ha ricordato che su una collina della capitale
dell'impero - che occupava una grande pianura delimitata da alte
montagne - sorgeva il tempio dedicato a Poseidone. Una costruzione
ciclopica e sfarzosa, dove l'oro e le gemme erano il simbolo di
una potenza incontrastata. Ebbene, l'A. ha localizzato il punto
dove sorgeva il tempio e lo ha fatto in base a precisi calcoli
e non a cervellotiche ricostruzioni: si tratta dell'isola Berkner
ed anzi della sua parte nord-orientale. Tutt'intorno all'isola
- di modesta estensione - domina un possente tavolato di ghiaccio
che ricopre un mare formatosi all'epoca del cataclisma che distrusse
Atlantide e sotto il quale si stende una parte della pianura che
fu il centro pulsante dell'impero. Le isobate ce la indicano chiaramente
e quando sarà possibile farvi ricerche archeologiche sottomarine,
si avrà forse la prova, oltre ogni possibile dubbio, che l'ipotesi
di Barbiero è esatta. Intanto un controllo fondamentale si potrebbe
fare nell'isola Berkner dove, se l'ipotesi risponde al vero, sarebbe
sufficiente fare alcuni scavi per ritrovare, se non i resti del
tempio, almeno alcuni manufatti dovuti all'uomo di 12.000 anni
fa. Vedremo, però, quali sono le difficoltà che si frappongono
alla realizzazione del progetto. Intanto continuiamo a seguire
Barbiero nella sua affascinante ricostruzione scientifica di quella
che potrebbe essere - finalmente - la verità su Atlantide. Si
trattò di un vasto impero a civiltà prevalentemente marinara che
aveva raggiunto un alto livello tecnico nella costruzione di grandi
navi atte ad attraversare i mari per intrattenere relazioni commerciali
con le genti di altre terre. Quando fu evidente che la collisione
con l'asteroide o la cometa era inevitabile, gli astronomi atlantidi
misero in allarme le popolazioni che abbandonarono le città per
rifugiarsi sulle navi portate subito al largo. Su quelle da guerra,
si raccolsero i dignitari, gli scienziati, i tecnici, ecc. e in
quelle mercantili, il popolo minuto. L'onda di marea, che fece
innalzare di molti metri il livello dei mari, giunse all'improvviso,
spaventosa e incontenibile, spazzò via terre, città, popoli e
sommerse chissà quante navi: un'ecatombe complessiva di milioni
di persone. Le poche navi superstiti approdarono, forse mesi dopo,
sulle coste dell'America meridionale, dell'Africa, dell'Indonesia,
dell'Europa e i naufraghi, terrorizzati e disperati, si incontrarono
con genti primitive, ancora allo stadio di cacciatori-raccoglitori,
che furono subito conquistate dalle tecniche dei nuovi arrivati
e cominciarono con loro una vita in comune. Ma non tutti gli sbarcati
erano scienziati o costruttori: nella maggior parte si doveva
trattare di poveri marinai che costruirono le prime capanne e
che, privi di tutto quanto aveva reso grande la loro patria e
relativamente comoda la loro vita, si adattarono a fatica alla
nuova esistenza. Erano pur sempre dei marinai e i primi insediamenti
sorsero lungo le coste del mare o le rive dei grandi fiumi. Quasi
privi di donne, questi marinai si unirono a donne del luogo ed
ebbero figli che ricordavano la patria di origine solo attraverso
i racconti dei padri. Dopo poche generazioni, rimase il ricordo
poetico di quell'impero distrutto, ma non si rammentarono più
le conquiste tecnologiche e l'alto grado di civiltà raggiunto.
L'uomo era ritornato allo stato primitivo, con un balzo all'indietro
di portata incalcolabile. La teoria della diffusione culturale
(da uno stadio primitivo l'uomo era passato a gradi superiori
di civiltà), parallela a quella darwiniana dell'evoluzione della
specie, per spiegare la formazione di culture tanto diverse quanto
numerose, si dimostrò perfetta fino al nono millennio a.C., ma
da quell'epoca - scomparvero allora le grandi culture paleolitiche
- tutto divenne confuso e incerto. L'archeologia affermò che la
civiltà superiore era nata in un luogo (forse l'Egitto o la Mesopotamia)
della cosiddetta "mezzaluna fertile" (la fascia di terre che si
stende dall'Egitto alla valle dell'Indo) intorno al terzo millennio
a.C. Si sarebbe, cioè, formata una corrente culturale che si sarebbe
diffusa in tutto il mondo, muovendo da occidente ad oriente. Inebriati
da questa teoria, gli archeologi sistemarono tutte le questioni
cronologiche relative ai reperti preistorici in base al semplice
- o semplicistico - presupposto che essi fossero tanto più recenti
quanto erano più lontani dall'area mesopotamica. Quando, però,
nel 1949 W.F. Libby e nel 1971 H.E. Suess misero a punto un metodo
sicuro di datazione basato su due isotopi del Carbonio, il C12
e il C14, il paziente lavoro degli archeologi crollò miseramente.
I più antichi villaggi agricoli del Medio Oriente risultarono
sorti intorno all'ottomila a.C. invece che nel 4000-4500. come
si credeva; nello stesso ottomila fu importata l'agricoltura in
America e nell'Estremo Oriente; le grandi civiltà precolombiane
non sorsero autonomamente e d'altra parte è un assurdo pensare
a un'influenza mediterranea o cinese su quelle civiltà: gli Oceani
non si attraversavano facilmente su barche fragili e le navigazioni
atlantiche di Thor Heyerdall non hanno dimostrato un bel nulla.
In ogni caso, pur ammettendo che una barca di papiro raggiungesse
l'America, doveva trasportare una decina di persone: ci vuole
altro per influenzare una cultura o per formarne una nuova! Anche
i Vichinghi, ben più numerosi, giunsero in America alcuni secoli
prima di Colombo, ma non lasciarono tracce durature e non influenzarono
minimamente la civiltà tradizionale con la quale si scontrarono.
Continuando a credere nella teoria diffusionista, nonostante la
rivoluzione apportata dal nuovo metodo di datazione, bisognerebbe
ammettere che dopo millenni di lenta maturazione, popoli profondamente
diversi abbiano inventato simultaneamente l'agricoltura, l'architettura,
gli usi, gli ordinamenti sociali, ecc. che presentano un fondo
comune senza che vi fossero stati dei contatti di qualsiasi ordine.
Sarebbe voler credere nell'impossibile e infatti nessuno più vi
presta fede. Bisogna allora ritornare a un'origine comune della
civiltà e non c'è altra strada che riprendere il creduto mito
di Atlantide. Non s'inventa nulla perché in tutte le civiltà antiche
se ne parla: dai Maya agli Egizi, dai Sumeri agli Indiani, pur
sotto nomi diversi. Ecco, dunque, che il quadro si completa; le
navi atlantidi superstiti della tragedia approdarono in terre
diverse e i loro occupanti, in misura più o meno sensibile, influenzarono
le culture delle popolazioni incontrate, quando addirittura non
le formarono. Solo così si spiega il fondo comune di tutte le
civiltà e la spiegazione non ha bisogno di funambolismi per apparire
logica. Queste ed altre ipotesi sono presentate in forma intelleggibile
a tutti e in uno stile riposante nel libro di Barbiero che susciterà,
certamente, un vespaio di fertili discussioni le quali dovranno
approdare a qualcosa di molto costruttivo. Nell'opera è illustrata,
in tutti i suoi aspetti, la civiltà atlantide che dovette essere,
senza dubbio, una grande civiltà marinara e il Barbiero ha fatto,
giustamente, l'esaltazione delle origini marinare di tutti i popoli
perché la "civiltà superiore" nacque dapprima in riva al mare
e si affermò poi nell'interno delle terre emerse. La prova per
eccellenza che la teoria del Barbiero è esatta si può avere soltanto
da uno scavo sistematico da farsi in un determinato punto dell'isola
Berkner, ma, come si è detto, gli ostacoli che si frappongono
alla realizzazione del progetto sono molteplici e di varia natura.
Quando l'Ing. Barbiero ebbe messo a punto la sua teoria, si mise
in contatto con me chiedendo l'appoggio dell'Istituto Geografico
Polare per organizzare una spedizione all'isola Berkner. Ebbi
con lui un lungo colloquio che mi convinse della fondatezza scientifica
di gran parte delle sue argomentazioni e gli assicurai l'aiuto
dell'Istituto. Per prima cosa pubblicai, nella rivista "Il Polo",
un suo serrato studio sull'argomento e l'articolo provocò molto
interesse, tanto che fu riprodotto anche in altre pubblicazioni
periodiche. Organizzare una spedizione italiana era impossibile:
una lunga esperienza mi aveva insegnato che anche pochi milioni
(ma qui si trattava di molti!) non erano facilmente reperibili
per una ricerca scientifica e che si sarebbe perduto del tempo
ad ascoltare inutili discorsi e promesse che sarebbero rimaste
sempre tali. A non molta distanza dall'isola Berkner (circa 200
km in linea d'aria) è funzionante la stazione scientifica argentina
"Base General Belgrano", mentre a 150 km c'è quella di "Ellsworth",
pure appartenente all'Argentina. Mi parve logico chiedere all'Istituto
Antartico Argentino una collaborazione in questi termini: trasportare
una spedizione italiana (2-3 uomini) coi rompighiaccio General
San Martin fino alla base Belgrano e di lì, a mezzo di un elicottero,
nell'isola Berkner. La durata della permanenza sull'isola doveva
essere studiata in modo da non intralciare le operazioni di scarico
del rompighiaccio col quale la spedizione sarebbe rientrata a
Buenos Aires. La copertura per le spese occorrenti era assicurata.
Gli Argentini risposero che le condizioni dei ghiacci nel "Tavolato
Filchner" erano pessime, che il rompighiaccio sarebbe rimasto
pochi giorni e che gli elicotteri erano tutti impegnati per lo
scarico dei materiali: in definitiva la loro risposta fu negativa
e tolse ogni possibilità a una spedizione italiana di recarsi
sul posto a verificare archeologicamente la validità dell'ipotesi
del Barbiero. In seguito, poi, gli Argentini dimostrarono un'ostilità
tanto scervellata quanto inspiegabile a un altro tentativo italiano,
da fare insorgere contro di loro molte società polari di varie
parti del mondo. Può darsi che la spedizione possa effettuarsi
sotto altri auspici o che la scoperta archeologica venga fatta
da altri: era indispensabile, però, pubblicare questo lavoro organico
perché, a seguito dell'articolo apparso nel "Polo", altri esploratori
potrebbero tentare la scoperta sensazionale e privare il Barbiero
di una precedenza che gli spetta di diritto. Le difficoltà rappresentate
dall'Istituto Antartico Argentino sono reali e ad esse va aggiunto
il fatto che i confini dell'isola sono tutt'altro che definiti
e che il ghiaccio e la neve la coprono per molti mesi all'anno.
Durante questi millenni gli elementi esogeni hanno sicuramente
esercitato una grande influenza negativa sugli eventuali resti
della civiltà atlantide, ma se essi esistono, le statue d'oro
dovrebbero essere intatte. Eppure basterebbe una sola pietra squadrata
dalla mano dell'uomo per fare di quest'ipotesi una realtà tale
da spalancare alla Scienza le porte di un'indagine conoscitiva
di portata rivoluzionaria! In attesa che questa prova venga alla
luce, si deve considerare il libro del Barbiero come uno dei più
esaltanti di questo secolo e uno dei più adatti ad essere a lungo
discusso. Dopo la pubblicazione della prima edizione di questo
volume, avvenuta nel dicembre 1974, si è continuato a ricercare
Atlantide un po' ovunque: un ingegnere anconetano l'ha localizzata
in Egitto sulla base di complicati calcoli trigonometrici e di
messaggi spiritici che non hanno risolto un bel nulla e hanno
fatto scempio del racconto platoniano; i Greci, servendosi addirittura
del nome famoso di Jacques-Yves Cousteau, la vogliono a tutti
i costi a Santorino e nelle acque del Mare Egeo, ma i resti di
Atlantide non sono venuti alla luce e di lì non verranno mai per
placare gli spiriti tormentati dei molti ricercatori teorici.
Al principio del 1976 l'Ing. Barbiero ebbe la possibilità di aggregarsi
a una spedizione alpinistica e un po' scientifica, organizzata
alla garibaldina, che per una ventina di giorni operò nell'area
della Penisola Antartica, una regione, cioè molto lontana dal
mare di Weddell e dall'isola Berkner, ma che poteva riservare
pur sempre delle sorprese. Infatti fu nell'isola Seymour che il
Capitano norvegese C.A. Larsen trovò, nel 1893, una cinquantina
di palline di sabbia e "cemento" messe su colonnette dello stesso
materiale. Larsen scrisse che quegli oggetti sembravano "fatti
da una mano umana". Un'espressione generica per dire che erano
oggetti fatti molto bene? Forse, e infatti non li fece mai studiare
né analizzare ed oggi, purtroppo, non li possediamo più perché
andarono distrutti nell'incendio della sua casa a Grytviken (Georgia
Australe). Nel corso della spedizione del 1976 l'Ing. Barbiero
scoprì, nell'isola Re Giorgio (una del gruppo delle Shetland Australi),
una grande quantità di tronchi semifossilizzati che potrebbero
risalire a 10-12.000 anni fa. Purtroppo gli Istituti scientifici
ai quali erano stati inviati i campioni di questi tronchi per
la datazione col metodo del C14 non hanno fatto conoscere ancora
la loro risposta. In Antartide sono stati trovati, a più riprese,
dei fossili di alberi e di altre piante (Robert Falcon Scott stesso
ne riportò moltissimi), ma se i tronchi semifossilizzati scoperti
da Barbiero risalgono veramente a un massimo di 12.000 anni fa,
si ha la prova che fino a quell'epoca l'Antartide poteva essere
abitata e molti fatti coinciderebbero con le affermazioni contenute
nei dialoghi di Platone e, di conseguenza, con l'ipotesi avanzata
da Barbiero in questo volume. Si avrebbe anche un'ulteriore prova
che la teoria delle quattro glaciazioni che avrebbero interessato
la Terra è sbagliata e che numerose altre glaciazioni, di estensione
più locale e di durata minore, si verificarono a periodi alternati
in varie parti del nostro globo. Intanto, mentre questa nuova
edizione vede la luce, Barbiero è ritornato in Antartide con una
sua piccola spedizione, osteggiata o ignorata da chi poteva aiutarla
e abbandonata all'ultimo minuto da chi aveva fatto solenni promesse.
L'augurio di tutti è che riporti, dalla sua avventura, le prove
che la sua teoria è valida e che Platone va considerato, ancora
una volta, maestro di verità.
Silvio Zavatti
Direttore dell'Istituto Geografico Polare

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